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Libri e narrativa

Letteratura russa

La letteratura, per sua stessa natura, non può restare indifferente ai processi sociali. Meno che mai può farlo quando si trova di fronte a processi che rivoluzionano l'intera società. Ecco perché parlando dell'odierna letteratura russa, si devono per forza prendere in esame i suoi rapporti con la perestrojka. "Se noi siamo in presenza d'un artista realmente grande -scrisse Lenin nell'art. Lev Tolstoi, specchio della rivoluzione russa-, egli ha dovuto riflettere nelle sue opere almeno qualche aspetto essenziale della rivoluzione".

Spesso, in effetti, gli specialisti russi delle scienze umane considerano la letteratura come una vera e propria "fonte", come un'autentica testimonianza dei processi sociali. A dire il vero questa tradizione, per così dire, nazionale, per molti anni è rimasta soffocata, in quanto le istituzioni pretendevano una letteratura "conformista": basti pensare a quale ostracismo sono andate incontro le opere di Anna Akhmatova, M. Zoshchenko, A. Platonov, V. Grossman, B. Pasternak e N. Zabolotsky, per citare i nomi più noti in occidente. Ancora oggi si ha l'impressione che le scienze sociali abbiano bisogno di un rinnovamento più profondo di quello della letteratura. Scrittori e romanzieri come Y. Trifonov, V. Rasputin, V. Bykov, V. Belov, C. Ajtmatov e altri ancora sono famosi in tutto il mondo, semplicemente perché le loro opere spingono a riflettere sui problemi più scottanti della vita, molto più degli innumerevoli saggi scientifici che produce la pubblicistica russa. Grazie a loro la letteratura oggi gioca un ruolo fondamentale nella democratizzazione progressiva della società russa. In nessun altro paese del mondo si assiste a un riferimento così sistematico degli scienziati alla letteratura.

Ciò forse dipende dal fatto che le scienze sociali non sempre sono capaci di cogliere gli aspetti "quotidiani", meno appariscenti delle contraddizioni della società. La "microanalisi" letteraria del tipo burocratico-autoritario è cento volte più efficace di qualunque "macroanalisi" scientifica. Questo perché la letteratura russa non si è mai limitata a un compito puramente estetico: neppure quella classica di Tolstoi e Dostoevsky, ma si è sempre preoccupata di un fine etico: quello di educare l'uomo a uno spirito democratico. Educarlo in modo pratico, beninteso, spingendolo cioè all'azione, e non in modo contemplativo: facendogli ammirare "l'idea del bene". Il tipo umano-democratico tarda ancora oggi ad emergere, nella ex-Urss come altrove, appunto perché tende a dominare l'atteggiamento contemplativo, quello di chi aspetta che il "bene" s'imponga dall'alto, come ai russi è stato insegnato dallo stalinismo in poi.

Tuttavia, può la letteratura offrire la filosofia e la scienza che al pubblico manca perché possa comprendere l'epoca in cui vive? Davvero uno scrittore può pretendere d'essere o può aspirare a diventare un maître à vivere o addirittura un profeta? Il fatto è che la letteratura classica di questo immenso paese s'è formata in un periodo dominato da rapporti naturali, comunitari e patriarcali, cioè da rapporti non ancora disintegrati sotto l'influenza della produzione mercantile e delle forme razionali dell'economia. Per cui l'esperienza spirituale dei russi ha sempre preferito una percezione della realtà più pratica ed emotiva che teorica e razionalmente intelligibile, come invece richiedono forme più astratte di produzione e di rapporti sociali.

Immagini, esempi concreti, sentimenti fortemente vissuti: l'interesse per queste cose determina ancora oggi un'accentuata propensione per le forme più artistiche che filosofiche o scientifiche di espressione. Ciò indubbiamente pone un problema di non facile soluzione: in che misura una tale coscienza spirituale può permettere all'odierno cittadino russo di affrontare le complesse questioni dello sviluppo economico e sociale del suo paese? Questioni che, come tutti sanno, esigono l'uso di forme assai razionali del management. In che modo la letteratura può essere di aiuto alla soluzione di questi problemi?

Sono decenni che la letteratura russa deve affrontare la marcia inesorabile, storicamente inevitabile, della società verso la civiltà industriale e post-industriale. Gli estremi in cui essa ha sempre rischiato di cadere sono, se vogliamo, i seguenti: o il rifiuto del tentativo del paese di rompere definitivamente col suo passato patriarcale; oppure il cedimento alla gigantomania tecnocratica, all'euforia dell'industrializzazione, dimenticando la difesa morale dell'uomo, che è la vocazione principale della letteratura.

Ora, in che modo è possibile evitare gli eccessi della prosa rurale e del romanzo industriale? E' fuor di dubbio che i problemi sorti dallo sviluppo della civiltà industriale non possono essere risolti volgendosi verso l'esperienza pre-scientifica degli uomini. I difetti della vita urbana non possono essere superati mediante un ritorno alla vita di campagna. La letteratura che s'incarica di giudicare i complessi e talvolta dolorosi fenomeni del nostro tempo deve per forza tener conto del pensiero scientifico e filosofico. E' importante ch'essa non nasconda al lettore che vi sono altri mezzi e metodi per risolvere i problemi. Non si tratta soltanto di rispettare una verità documentaristica, riproducendo gli avvenimenti storici del passato, resuscitando nomi e fatti dimenticati. Si tratta anche di comprendere in maniera più profonda la logica del processo storico, i suoi meccanismi interni e le sue forze motrici. E' molto probabile, in questo senso, che il futuro scrittore di romanzi, poesie o novelle, dovrà unire al suo talento artistico una buona dose di competenza scientifica, tecnica... se vorrà conservare il ruolo di maître à penser.

In ogni caso, se i romanzieri russi sono diventati così importanti, il motivo dipende dal fatto ch'essi si sono presi il diritto di discutere pubblicamente, davanti alla gente, tutte le questioni più scottanti della vita sociale. Non certo perché hanno ricevuto dall'alto un permesso speciale. Tanto è vero che molti di loro hanno pagato di persona. La selezione praticata impietosamente da Ezhov e Beria aveva per scopo quello di distruggere tutto ciò che si mostrava indipendente e capace di resistere al socialismo amministrato. Se la letteratura post-leninista non ha saputo stimolare la formazione d'un tipo umano democratico, questo è vero anche per qualsiasi altra disciplina teorica e culturale. Paradossalmente, la letteratura che meno ha usato la fraseologia socialista, risulta oggi molto più utile al socialismo di quella che per decenni ha seguito i canoni ufficiali (si pensi, p.es., al Cevengùr di Platonov o a Cuore di cane di Bulgakov).

Il Che fare? di Chernishevsky è -come tutti sanno- un'opera piena di ideologia socialista, ma forse perché il protagonista Rakhmetov, preparandosi alla rivoluzione, dorme su un pagliericcio chiodato? No di certo. Lo è perché esprime il sogno contagioso di vivere un'esistenza in cui i lavoratori siano padroni di loro stessi. In 70 anni di vita, la letteratura russa forse non ha prodotto nulla il cui contenuto sia così carico di pathos socialista. E che dire di A. Makarenko, il pedagogista autore di racconti famosi in tutto il mondo? L'incredibile esperienza pratica di quest'uomo, che ha anticipato i tempi di almeno un secolo, non è sempre stata compresa efficacemente. I suoi principi della totale autogestione solo oggi cominciano a essere valorizzati in modo adeguato. Solo adesso infatti la letteratura russa ha riscoperto la fondamentale necessità di coniugare socialismo a democrazia.

Probabilmente il fascino che la letteratura russa progressista ha esercitato sulle masse popolari, è dovuto anche al fatto che i letterati, a differenza degli scienziati, hanno conservato una visione integrale o sincretica del mondo. La letteratura ha colmato, senza volerlo, un vuoto lasciato aperto dalle scienze sociali. Né queste, né la filosofia, né la storia hanno mai avuto un'influenza così vasta e profonda sulle masse come la letteratura. Persino l'influsso dei messaggi televisivi, teatrali e cinematografici dipende dai contenuti letterari.

In questi ultimi anni proprio la letteratura ha parlato a viva voce del fatto più terribile e angosciante: il declino della vita spirituale, interiore. Questo messaggio lo si ritrova nell'Incendio di Rasputin, nella Fine del mondo di V. Astafiev, nel Patibolo di Ajmatov. Ci si chiede anche perché il romanzo di E. Zamiatin, Noi altri, per molto tempo non sia stato pubblicato, e perché ancora non lo sia quello di A. Zlobin, Smontaggio. In queste opere la lotta è contro l'indifferenza, il vero "male oscuro" della nostra epoca.

Sarebbe tuttavia assurdo, oltre che ingiusto, aspettarsi dalla letteratura ciò che l'uomo deve darsi da sé. Non solo essa non può assumersi i debiti contratti da economisti, storici, tecnocrati ecc., ma non può neppure sostituirsi alle decisioni che solo l'uomo può prendere. Se si fa dipendere dalle belles lettres il destino della attuale ristrutturazione economica, ciò significa che si pensa a cose nuove in modo vecchio. La letteratura considera la vita dal punto di vista del bene e del male in quanto categorie assolute. Il miglioramento dei tassi di produzione non rientra nelle sue competenze. Essa deve interessarsi ai conflitti di tipo etico della condizione umana, non ai problemi tecnologici.

I numerosi romanzi, novelle, drammi, poemi e poesie degli anni '30,'40 e '50, le opere "industriali" di quelle epoche, hanno contribuito a creare un'atmosfera particolare di permanente entusiasmo, di massimalismo che ignorava i compromessi. Ma si trattava di un ruolo meramente ideologico, paragonabile forse a quello della religione in occidente durante la nascita della civiltà industriale: non è stata forse l'etica protestante a inculcare la disciplina interiore, grazie alla quale l'uomo avrebbe potuto concentrarsi sul lavoro produttivo?

La letteratura sovietica cosiddetta "industriale" degli anni '30,'40 e '50 rispondeva interamente ai bisogni del sistema amministrativo. Lo stile autoritario di gestione, in effetti, non poteva essere efficace che nella misura in cui faceva leva sull'entusiasmo e l'eroismo del popolo. Senza questa visione eroica del mondo, nessun meccanismo del terrore può sortire i suoi effetti. Anche negli anni '60 e '70 è rimasto il modello "industriale" della letteratura, ma senza la pretesa d'inculcare alcun entusiasmo, neppure l'eroismo nel lavoro. I risultati sono stati però catastrofici. Le opere migliori furono quelle che cercarono di uscire da uno schema vuoto di contenuti: le stesse che subirono condanne, anatemi, censure.

Oggi, per fortuna, l'opposizione ai metodi burocratici e autoritari ha smesso d'essere un privilegio della letteratura e delle arti. Essa infatti è divenuta patrimonio di tutti e ingloba persino la sfera politica. Naturalmente la letteratura non ha l'immediato compito di schierarsi da una parte o dall'altra. Questo modo "utilitaristico" di considerarla fa ancora parte della "vecchia mentalità". Peraltro è difficile pensare che un lavoratore che desidera guadagnare di più (anche con il lavoro più onesto), possa diventare un eroe positivo della letteratura. Se lo scrittore, nel quadro letterario che dipinge, comincia a prendere come guida la sua concezione economica del mondo, al massimo scriverà della buona prosa giornalistica, non certo un'opera d'arte.

Nell'economia è la grandezza del denaro che ottiene la priorità. Nelle lettere (e nelle arti) è la sua assurdità, la sua contronaturalità. Sarà difficile conciliare le esigenze dell'economia con quelle della letteratura, per la quale occorre una percezione delle cose molto più sfumata e totalizzante. Il conflitto tra l'interesse immediato e il senso primario e ultimo dell'esistenza storica dell'uomo è però un conflitto che non va drammatizzato più del dovuto, in quanto non costituisce un'anomalia, bensì una norma del vivere civile.

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